1978

In occasione degli ultimi lavori di Ivano sono sorte molte discussioni, sia fra noi due soltanto che con altri amici a cui hanno partecipato con la consueta simpatica vivacità di idee e di riflessioni i soci del centro artistico argentano.
Sarebbe stata mia intenzione riportare qui tutti gli argomenti che si sono venuti, sviluppando, ma di solito io non sono una brava cronista.
Riesco a fissare per scritto solo quello che sono riuscita ad assorbire dentro di me e che il mio cervello ha già trasformato abbondantemente, in modo tale che forse i suddetti amici, stenteranno a riconoscerci.
Comunque ciò non toglie che tutto quello che è stato detto non mi abbia influenzato.
Tutt'altro, a mio avviso dimostra il contrario.
Cercando di riordinare le idee, dirò che tutto è nato da una attenta riflessione che Ivano ha fatto sui lavori fatti l'anno scorso. I bastoncini puliti e ammucchiati nelle posizioni più varie, i panni colorati stesi ad imitazione del lavoro domestico delle donne, hanno costituito nello sviluppo artistico (di ricerca) di Ivano un punto di rottura irreversibile da un modo di fare arte accademistico -artigianale da cui derivava da vari anni di studi in scuole predisposte a questo compito.
Aggiungo per meglio comprendere il valore di questo fatto, che si è trattato della scoperta di un linguaggio suo personalissimo originato dalla voglia di comunicare in modo semplice e originale, povero nei materiali, ma ricco di immaginazione.
Accanto a questa riflessione a carattere estetico -formale le nostre discussioni hanno sempre mantenuto, sia pure con difficoltà una motivazione politica di fondo.
Anche questa ricerca ha origini lontane, partiva con la polemica fra realismo e astrattismo, vecchia polemica del movimento operaio, che in ogni caso non ci ha mai visti sul fronte di coloro che sostenevano il realismo in quanto linguaggio più facile e quindi più comprensibile alle masse.
La gente anche la più semplice capisce o può capire anche le questioni più complesse se solo vi è l'interesse e la volontà di comunicargliele con mezzi diversi.
Anche il linguaggio teorico della critica dell'economia politica è estremamente difficile e astratto, ma i lavoratori lo hanno fatto loro, lo hanno compreso perché è parte della loro coscienza di classe.
Così appunto i lavori dello scorso anno, incentrati su questioni a carattere formale, non riuscivano se non con alcune forzature a tenere conto di quelle esigenze contenutistiche che sono fortemente radicate nella coscienza di Ivano.
Tutta questa problematica si manifesta nella volontà di controllare quel linguaggio scoperto in modo cosciente per fargli dire i pensieri che nascevano nella sua testa.
Un linguaggio che è solo gioco non riesce a esprimere pensiero se non per un caso fortuito o per lo meno per vie incontrollabili.
E' vero che i panni distesi stavano ad indicare il lavoro domestico svolto dalle donne, ma poi come fare esprimere il carattere doppiamente alienato di questo lavoro?
Come dire l'emarginazione che sta dietro a quella forma inconscia di arte che le donne sviluppano?
Si tratta dunque di dare un ordine al caso con cui quegli oggetti si combinavano tra di loro, e di fare scaturire un nucleo razionale dal caos.
Così come da una società dominata dal caos, dall'egoismo si tratta di trarre il contenuto razionale della coscienza dei lavoratori che rende vere le esigenze di giustizia di tutti.
Attorno a questa esigenza di razionalità che Ivano veniva esprimendo, si sono innestate la maggioranza delle critiche; tutte più o meno rivendicavano i contenuti specifici dell'arte che sono il sentimento, l'emotività, ma lungi da lui deve stare il pensiero che anzi è la sua morte stessa.
Di questa argomentazione ciò che più mi sorprendeva era il modo drastico e netto con cui sentimento e pensiero venivano separati.
Dentro di me si è installato questo dubbio: perché? - Perché il pensiero è la morte del sentimento, e il sentimento la morte del pensiero? - L'uno esclude l'altro.
Pensavo a Hegel e agli hegelanovisti, pensavo alla voglia che io stessa avevo di unire queste due attività in un comune accordo: pensiero e sentimento.
Per strade diverse ero giunta al punto di partenza di Ivano. Conciliare queste due esigenze in una forma artistica, calcolata e istintiva, pensata e ugualmente viva, strana e calcolata.
La mia vita che scorreva nei ricordi che di essa mi rimanevano, pareva parlarmi di questa esigenza-aspirazione sempre irraggiungibile, ma sempre presente.
Il razionale e l'irrazionale che convivono non più scontrandosi, ma alleati in una medesima volontà di espressione libera, cosciente, ricca, personale.
In una società in cui la razionalità è il lavoro alienato, e l'irrazionalità è la sessualità repressa, l'emotività negata, la creatività mortificata, noi vogliamo pensare ad una possibilità in cui tutte queste istanze trovino una conciliazione liberatoria, una esplosione magicamente gestita dall'interno. Tutto questo che è così difficile da esprimere anche in un foglio scritto, Ivano ha cercato di dirlo con i suoi ultimi lavori. I suoi assurdi giochi di colore, di segni, di combinazioni avevano saputo comunicare il loro messaggio di calma e serena utopia.

Impruneta - maggio 1978

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