Ivano Vitali: una preghiera ecologista

Roberto Roda
(Centro Etnografico Ferrarese)
Con buona pace di chi ancor oggi cerca di definire cosa sia l’arte contemporanea, già quattro decenni orsono l’estetologo Dino Formaggio (1914-2008) sosteneva che «l’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte». L’affermazione, allora come oggi, può apparire provocatoria, ma non è peregrina. L’espressività artistica, da circa un secolo, ha infatti progressivamente rinunciato alle convenzioni, non si pone più steccati disciplinari o limiti di tecniche o di generi. La felice espressione coniata da Angela Vettese per cui l’arte contemporanea si fa con tutto è sintomatica di possibilità espressive che oggi fagocitano ogni cosa. Se tradizionalmente erano, in primis, il disegno, la pittura e la scultura a costruire l’opera d’arte, oggi non è più così: qualsiasi cosa può essere trasformata in opera o utilizzata per creare un’ opera. Un corpo, un gesto, un’azione, un luogo, un oggetto d’uso quotidiano, un animale, un vegetale, tutto insomma può essere elevato a strumento per fare arte.
Si può tranquillamente affermare che l’arte contemporanea possiede una forte vocazione “filosofica”. Tende, infatti, a formulare concetti e conseguentemente a presentarsi come “pensiero” o, per meglio dire, come “pensiero” che si racconta attraverso “forme” visive.
Sempre meno l’artista contemporaneo accetta di confinarsi in una determinata disciplina tradizionale (pittura, scultura, ecc.). Sempre di più la tecnica realizzativa è la conseguenza di un progetto che cerca di dare forma alla   concettualità dell’autore. Per farci capire meglio da chi non è particolarmente addentro ai meccanismi dell’arte contemporanea, diremo che l’artista prima di ogni altra cosa attua una speculazione intellettuale, cioè definisce  i concetti che gli stanno a cuore, ma poi deve internarli nelle cose che lo e ci circondano, deve cioè riuscire a calarli in una dimensione sensoriale. Per far questo l’artista elabora un progetto pertinente in cui viene ipotizzato l’utilizzo di tecniche realizzative giudicate pertinenti per raggiungere lo scopo. Il progetto permette al concetto di farsi forma, visiva e narrativa al tempo stesso. Talvolta il procedimento operativo può essere reso oltremodo esplicito e assumere esso stesso il carattere di opera, si pensi a certi eventi di carattere performativo. Infine qualcosa va detto pure sui concetti, evidenziando che l’artista contemporaneo può desumerli (pure in forma mista e combinatoria) da impianti speculativi i più disparati, dalla filosofia certo, ma pure dalle scienze umane, dalla sociologia e dalla antropologia culturale, dalla politica, dalla storia, dall’ecologia ma anche dalle religioni, dall’esoterismo e così via. Anche per i concetti, così come per le tecniche e i procedimenti, l’arte contemporanea non si pone limiti e delinea degli insiemi fortemente pluridisciplinari. Se l’artista nel suo percorso creativo dispiega conoscenze multidisciplinari, va da sé che il “fruitore” dell’arte contemporanea, ad esempio il visitatore di una esposizione, per poter leggere/interpretare adeguatamente un’opera, dovrebbe poter disporre di un ampio e adeguato bagaglio di  conoscenze multidisciplinari. Si comprende, allora, perché il rischio di incomprensioni  fra l’artista e il pubblico sia, oggi più di ieri, particolarmente elevato e perché il compito della critica non sia più e solo quello di esprimere giudizi critici ma anche di “aiutare” propedeuticamente i fruitori a districarsi nella pluridisciplinarietà di concetti e procedimenti dispiegati dagli artisti contemporanei, una pluridisciplinarietà che troppe volte ci appare oltremodo criptica o comunque ostica.
Quello di Ivano Vitali è un percorso creativo sintomatico e per molti versi esemplare della pluridisciplinarietà che caratterizza l’arte contemporanea.
Egli si autodefinisce, con ammirevole minimalistica semplicità, uno scultore e performer ecologista.
Sul termine scultore ci sarebbe però da ridire. Certo Vitali crea “oggetti” tridimensionali, dunque il termine  “sculture” non è improprio, ma solo perché ci manca una  più pertinente terminologia per definirli altrimenti. In realtà gli oggetti di Ivano Vitali sono piuttosto dei tromp l’oeil tridimensionali. Visitando la mostra allestita presso gli eleganti spazi del Centro culturale di Argenta, la prima impressione sarà quella di entrare in una elegante boutique o in un grande magazzino di target elevato, stile Rinascente o Coin. Il visitatore vi troverà libri, soprammobili, sedie e complementi di arredamento quali sono gli arazzi. Ancora troverà gomitoli di filo apparentemente pregiato, vestiti elegantissimi, abbigliamento intimo e accessori per la casa, ad esempio guanti da cucina.
Solo avvicinandosi alle creazioni il visitatore si accorgerà che nulla  in realtà è quello che sembra:  questo per svariate e molteplici ragioni, ma principalmente perché tutto è realizzato ecologicamente, solo ed esclusivamente, con carta usata altrimenti destinata alla spazzatura, al riciclo. Osservati in lontananza i libri sembrano tomi reali, ma presi in mano diventano dei mattoni di carta pesta realizzata solo con carta da giornale, acqua e nessun collante. Le sedie sembrano comuni, tradizionali e rustiche sedie da cucina, ma l’impagliatura della seduta è fatta con carta di giornale  e non di paglia o di erbe palustri. Come l’impagliatura delle sedie, anche il filo dei gomitoli è fatto con strisce ritorte di carta da giornale. Con quello stesso filo cartaceo, utilizzando ferri e uncinetti autocostruiti e spesso giganteschi, Vitali lavora a maglia creando tessuti che poi diventano arazzi, ma pure soprattutto vestiti femminili, stole, scialli,  bikini che possono essere indossati, magari per il tempo effimero di una sfilata o di una fotografia, ma non usati nel senso più proprio del verbo.
Quello messo in scena da Vitali è un supplizio di Tantalo: gli oggetti, tutti accattivanti, contengono in sé il germe della privazione perché l’osservatore capisce di dover rinunciare ad un utilizzo che invece pareva insito nelle promesse.
Vitali sembra volerci ammonire: la coscienza ecologica, rappresentata simbolicamente dalla carta usata, deve andare oltre le  apparenze e contemplare consapevoli rinunce.
Le realizzazioni finali di Vitali, hanno lo scopo di indurre nell’osservatore non tanto e non solo l’ammirazione per l’oggetto realizzato ma, piuttosto, per il procedimento realizzativo che l’oggetto racconta. Non si lasci ingannare il visitatore di questa mostra: la vera opera di Vitali non è rappresentata dai singoli oggetti scultorei, dal vestito piuttosto che dalla sedia, ma sta nel procedimento operativo, capace di recuperare con competenza etnografica antichi mestieri di tradizione, di applicarli ad un contesto nuovo e alieno, reinventando nel presente artistico perizie artigiane d’altri tempi. Vedere Ivano Vitali prendere la pagina di un vecchio giornale, strapparla con il solo ausilio delle mani e, con movimenti unici e fluidi, farne tante strisce di perfetta e ugual larghezza, ritorcere quelle lingue di carta sino ad ottenere una porzione di filo, unire longitudinalmente le fettucce cartacee in maniera che solo la torsione della carta saldi fra loro le strisce permettendo di accrescere la lunghezza del filo, tutto questo è uno spettacolo performativo assolutamente affascinante e coinvolgente. C’ è in questo  procedimento operativo del performer Vitali qualcosa che sa di pazienza arcaica, di sacro, di mistico, di ascesi. Il suo recuperare la carta dismessa, “filarla”, tesserla, diventa alla fine una sentita preghiera laica (eppur religiosissima) per reclamare un mondo migliore, più vivibile, più bello.
 
Ivano Vitali: An ecological prayer 
by Roberto Roda 
(Ethnographic Centre of Ferrara) 


With all due respect to those still trying to define ”contemporary art”, it is already four decades since the teacher of aesthetics Dino Formaggio (1914-2008) argued that "art is anything that people call art." The claim, then as now, may seem like a provocation, but it is not farfetched. Artistic expression, for a century, has gradually abandoned conventions and it has no longer relevant disciplinary boundaries or limits of techniques or genres. The happy expression coined by Angela Vettese to which contemporary art is done with everything is symptomatic of expressive possibilities that now engulf everything. While traditionally, drawing, painting and sculpture were the only ways to build a work of art, this is no longer the case: anything can be transformed into a work or used to create a work. A body, a gesture, an action, a place, an everyday object, an animal, a plant, - in a word - everything can be elevated to an instrument for making art. 
We can confidently say that contemporary art has a strong "philosophical" vocation. It tends, in fact, to formulate concepts and thus to present itself as "thought" or, rather, as "thought" that is told through visual "forms". 
Less and less the contemporary artist accepts being confined to a particular traditional discipline (painting, sculpture, etc..). Increasingly, the technique of realization is the result of a project that tries to give form to the conceptuality of the author. In order to be better understood by people who might not be familiar with the mechanisms of contemporary art, we must say that the artist, first of all, pursues an intellectual speculation, i.e. he defines the concepts that are important to him, but then he must internalise them into things that surround him and us, that is, he must be able to embody them in a sensory dimension. In order to do this, the artist elaborates a project where he plans the appropriate use of manufacturing techniques considered more suited to reach the goal. The project allows the concept to gain a visual and narrative shape, at the same time. Sometimes the operating procedure can be made very explicit and become the work itself, like a performance. Finally something has to be said about the concepts as well, pointing out that the contemporary artist can deduce them (even if in combinatorial form) from speculative subjects as diverse as philosophy, certainly, but also from human sciences, sociology and cultural anthropology, politics , history, ecology, but also from religions, esoterism and so on. As with concepts, the same applies to techniques and procedures: contemporary art does not set limits and outlines strongly multidisciplinary sets. If the artist - in his creative route - unfolds multidisciplinary knowledge, it goes without saying that the "beneficiary" of contemporary art, for example, the visitor to an exhibition, in order to read / interpret a contemporary art work properly, would need to have a large and adequate multidisciplinary body of knowledge. It is understandable, then, why the risk of misunderstandings between the artist and the public is now more than ever particularly high and why the critics’ task is no longer just to make critical judgments, but also to "help" beneficiaries in propaedeutically extricating themselves from a multidisciplinarity of concepts and processes deployed by contemporary artists: a multidisciplinary approach that often seems very cryptic or anyway difficult to understand.
Ivano Vitali’s creative process is symptomatic of the multidisciplinary model that characterizes contemporary art. 
He calls himself, with admirable minimalist simplicity, a sculptor, an environmentalist and a performer. 
To the term sculptor there might be some objections. Vitali certainly creates three-dimensional "objects" thus the term "sculpture" is not improper, but only because we lack a more appropriate terminology to define them otherwise. In fact the objects of Ivano Vitali are rather three-dimensional trompe l'oeil. Visiting the exhibition at the elegant spaces of the cultural centre of Argenta, the first impression will be that of entering an elegant boutique or a high target department store, in Coin or Rinascente style . The visitor will find books, ornaments, chairs and furnishing such as tapestries. He will also find balls of seemingly precious yarn, elegant dresses, underwear and accessories for the home, such as kitchen gloves.
Only when getting closer will the visitor notice that nothing is really what it seems: it is so for many reasons, but mainly because everything is made ecologically, only and exclusively, with paper which otherwise would become garbage, good for recycling. Observed in the distance books seem real, but picked up they become sort of bricks made of papier-mâché: just newspaper and water - no glue. The chairs seem common, traditional, rustic kitchen chairs, but the matting of the seat is made with newspaper only, not straw or marsh herbs. As the matting of the chairs, also the thread of the balls is made from twisted strips of newspaper. With the same paper thread, using often self-built giant knitting needles and crochet hooks Vitali creates knit fabrics which then become tapestries, but also mainly female clothing, stoles, shawls, bikinis that can be worn, perhaps for the ephemeral time of a parade or a photograph, but not used in the proper sense of the word. 
The stage set by Vitali is a torment of Tantalus: the objects, all appealing, contain within themselves the germ of deprivation because the observer realizes that he has to renounce their use, which – on the contrary – seemed included in the promises. 
Vitali seems to warn us: ecological conscience, symbolically represented by the paper used, must go beyond appearances and contemplate the possibility of privation. 
The final realizations by Vitali, are intended to induce in the viewer not so much and not only admiration for the object created but, rather, for the process of realization that the object narrates. The visitor of this exhibition shouldn’t permit to be deceived: Vitali’s real work is represented not only by individual sculptural objects, by the dress rather than by the chair, but it consists in the operating procedure, able to recover ancient crafts of traditional ethnographic skills, apply them to a new alien context, reinventing in the artistic present craftsmanship of yesteryear. Seeing Ivano Vitali who takes the page of an old newspaper, tears it just with the help of his hands and, with a unique and fluid movement, creates lots of perfect strips of equal width, twists the tongues of paper until he gets a piece of thread, unites longitudinally the paper tapes, so that only the torsion between paper strips binds them, allowing them to lengthen the thread, all this is an absolutely fascinating and involving performance. In this operating procedure of the performer Vitali there is something that echoes archaic, sacred, mystical, ascetic patience. His reclaiming disused paper, "spinning it", weaving it, eventually becomes a heartfelt secular (and yet very religious) prayer to ask for a better, more livable, more beautiful world. 

Traduzione: Maddalena Ghini, Donatella Badii, Mark West.

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